Appartenenza. È questa la parola che più di ogni altra racconta Ivan Juric. La sua persona, il suo carattere. A volte può sembrare freddo, duro, ma dietro c’è molto di più. È un allenatore che, quando si crea il giusto feeling, entra velocemente nella testa e nel cuore dei giocatori.
Su tutto, va ricordato, Juric pretende una cosa: il senso di appartenenza. Alla maglia, alla storia del club, ai tifosi. Basti pensare al caso Lookman: messo fuori rosa senza troppi giri di parole dopo le vicende di mercato e rientrato in squadra solo dopo un confronto diretto con l’allenatore e i vertici della società nerazzurra.
Senso di appartenenza che Juric ha incarnato contro il Bruges, trasformandolo in gesto e immagine: la rabbia e la gioia della rimonta, la prima vittoria in Champions, esplose sotto la Pisani al triplice fischio. Pugni alzati, urla di carica e sguardo fisso verso la sua gente. Un’esultanza che, a sensazione, ha finalmente scrollato di dosso i dubbi dei tifosi. Un’esultanza che ha tanto ricordato quelle di Jurgen Klopp, un altro allenatore del popolo, sotto il muro giallo di Dortmund prima e sotto la Kop di Liverpool dopo.
Alla vigilia della partita contro la Juventus avevamo scritto che l’Atalanta avrebbe affrontato un trittico fondamentale per la sua stagione. E la squadra, nelle prime due, ha risposto presente con un buon pareggio contro i bianconeri - che poteva anche trasformarsi in vittoria senza quel pasticcio di Kossounou nel finale - e con, appunto, la grande rimonta col Bruges.
E ora, a Bergamo, prima della sosta per le nazionali, arriva un avversario tutt’altro che semplice: il Como di Cesc Fabregas, squadra organizzata e con qualità, capace di mettere in difficoltà chiunque. Nonostante i tanti infortuni e una rosa praticamente decimata, l’Atalanta dovrà quindi ancora una volta tirare fuori gli artigli. Per dimostrare che la Dea, anche senza Gasp, continua a esistere e a voler lasciare il segno.
Autore: Nicholas Reitano / Twitter: @NicoReitano
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