Premessa: Gasp è stato l’allenatore più importante della storia dell’Atalanta. Lo dicono i numeri, lo dicono le vittorie, lo dice tutto quello che è successo in questi nove anni.
Ha rivoluzionato il calcio. Ha imposto un’identità che prima non esisteva. Ha portato l’Atalanta dove nessuno l’aveva mai vista, l’ha resa un modello, l’ha trasformata in un’idea. Ha creato una scuola, ha influenzato altri allenatori, ha lasciato un segno nella storia. Fin qui, niente da discutere. È giusto dirlo, è doveroso riconoscerlo.
Ma detto questo, bisogna anche dire un’altra cosa. Dopo nove anni così, non ci si può congedare con una lettera spedita a un giornale. Non basta. Non è all’altezza di quello che è stato. E fa male. Perché non è solo questione di forma, è questione di rispetto. Verso chi l’ha seguito ovunque, verso chi l’ha raccontato ogni giorno, verso una città intera che lo ha fatto diventare qualcosa di più di un allenatore.
Una lettera è comoda, arriva dritta, ma non restituisce tutto quello che un addio del genere dovrebbe contenere. Manca la voce, manca il volto, manca il momento collettivo. Manca il gesto. Quello vero. Pubblico.
E non è perché “si pretende lo spettacolo”. È perché questa storia è stata troppo grande per finire in silenzio. Non stiamo parlando di un normale cambio in panchina. Non è una separazione qualunque. È la fine di un ciclo che ha cambiato la dimensione di un club, il suo modo di pensarsi, il suo posto nel calcio europeo.
Ci si aspettava un saluto diverso. Una conferenza (come d’altronde era attesa). Un’ultima stretta di mano collettiva. Una chiusura degna. All’altezza di quello che è stato costruito. Non per dare spiegazioni obbligate. Ma per esserci. Per metterci la faccia. Come si è sempre fatto, nei momenti importanti.
Perché una cosa è certa: non sono stati nove anni normali. Sono stati nove anni di crescita, di battaglie, di record, di trasformazioni. Nove anni in cui Gasperini è diventato più di un allenatore. È diventato un simbolo di Bergamo. E allora, sì, una lettera non basta. Perché l’Atalanta non è più quella di prima.
E questo addio, così freddo, così filtrato, non assomiglia per niente a quello che è stata questa storia.
Ci sarà tempo per dire grazie, per onorare il percorso, per ricordare. Ma oggi resta solo una sensazione: così non si lascia una squadra, una gente, una città. Così, caro Gasp, no.
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