Hello darkness, my old friend,
I've come to talk with you again.
Ciao oscurità, mia vecchia amica, sono tornato a parlare con te. Parole conosciute che per una notte sono diventate sentenza. La sconfitta dell'Atalanta contro l'Athletic Bilbao è, infatti, di quelle che fanno male. Non tanto per la classifica, che pur fa ridurre al lumicino le speranze di passare tra le prime otto. Nessuno, dalle parti di Bergamo, smaltita la rabbia si strapperà i capelli per questo. Certo, riuscirci avrebbe alleggerito un calendario affollato e dato respiro, ma è innegabile come il percorso europeo, fin qui, sia stato comunque di alto livello, con notti destinate a diventare storia, come quella con il Chelsea.
A lasciare l'amaro in bocca è il modo in cui la sconfitta è maturata. Sessanta minuti di controllo, diventato a tratti dominio assoluto, poi il crollo, repentino e inspiegabile. Blackout, lo hanno definito in molti, dentro e fuori lo spogliatoio, ma è un termine che non piace, che autoassolve. L'Atalanta di ieri sera è stata altro, è stata presuntuosa. Si è specchiata nella sua evidente superiorità, contro un avversario in crisi e ridotto all'osso dagli infortuni, ed è stata punita.
Perché se è vero che alla mente sono tornate altre notti europee mai digerite, le sconfitte con Villarreal e Bruges, è altrettanto vero che è in questa strana e complicata stagione la sfida con l'Athletic è stata l'ennesima prova di maturità fallita. La Dea si è scoperta, nuovamente, debole e si è sciolta, d'improvviso. Come già era accaduto troppe volte in campionato. Senza che dalla panchina si riuscisse a cambiare l'inerzia. Senza che in campo qualcuno la prendesse per mano.
È questa l'eredità pesante di una prestazione ingiustificabile e che rischia di diventare la fotografia di un anno amaro. Adesso, infatti, viene la parte più difficile, tanto per la squadra quanto per mister Palladino. Andare oltre e aggredire ciò che resta con rabbia e lucidità, senza presunzione e superficialità. Tutto quello che è mancato in una notte da sogno trasformatasi in incubo.
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