Per molti era una data cerchiata di rosso sul calendario: il ritorno a Bergamo di Gian Piero Gasperini per la prima volta dopo l'addio. E per forza di cose non poteva essere una serata qualsiasi, perché se è vero che per il tifoso bergamasco l'Atalanta viene prima di tutto, è altrettanto vero che il Gasp la storia della Dea l'ha cambiata per sempre. Un amore durato nove stagioni, con tanti picchi e qualche sporadica caduta, ma di certo forte e vissuto da entrambe le parti. E allora, lasciatecelo dire, ieri sera la gente di Bergamo avrebbe meritato qualcosa di più.
Lo abbiamo detto fin da subito. L'addio della scorsa estate è stato sbagliato nei modi e nei tempi (e lo striscione della Sud va letto anche in quest'ottica). Dopo nove anni come quelli vissuti in nerazzurro, non ci si può congedare con una lettera spedita a un giornale. Non basta. Non è all’altezza di quello che è stato, non solo per questione di forma, ma di rispetto verso tutto il mondo Atalanta. E l'occasione per salutarsi, di fatto, non c'è mai stata. Ieri sera, di conseguenza, è stata un'altra occasione persa.
Certo, per mille ragioni non ci si poteva attendere grandi scene di giubilo. Per il carattere del Gasp, per la freddezza istituzionale della società Atalanta nei suoi confronti, per il peso della gara, per la pressione di una piazza come Roma, che chissà come avrebbe giudicato un atteggiamento sopra le righe del proprio allenatore di fronte a una tifoseria storicamente rivale. Allo stesso tempo, se non il fuoco, almeno ci si sarebbe aspettati il piacevole tepore della brace di ciò che è rimasto di anni indimenticabili.
Nulla di tutto questo. Qualche cenno con la mano, qualche "cinque" a bordocampo, un timido saluto di fronte allo striscione della Nord per lui. Un po' poco. Un giro di campo durante il riscaldamento sarebbe stato troppo? Evidentemente sì, ma ce ne si farà una ragione. Il bene e la gratitudine non passeranno, un po' di dispiacere resta.
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