Chapeau. Non c’è molto altro da aggiungere davanti a un Bayern Monaco in modalità rullo compressore.
Diciamocelo: in molti, dopo l’impresa contro il Borussia Dortmund, avevano iniziato a credere in un’altra notte magica di Champions. E ci hanno creduto fino al fischio d’inizio. Ci hanno creduto anche dopo il 12’, minuto dello 0-1, arrivato da una vera e propria dormita di tutta la squadra su calcio piazzato. Perché per qualche minuto la partita è rimasta ancora aperta (con qualche fiammata di Zalewski e Sulemana). Fino al 22’, quando Olise ha deciso di salire in cattedra e di spegnere ogni speranza con lo 0-2. Da lì in poi è stato un assalto continuo. Fino allo 0-5 (al 64’), firmato ancora Olise (MVP indiscusso della partita con una doppietta e un assist).
Una rete, fantastica (un arcobaleno mancino sotto il sette), di un giocatore fantastico, che ha regalato uno dei momenti più belli della serata: l’applauso dell’intero stadio. Un gesto di sportività altissimo per lui e per una squadra fortissima. Probabilmente la più forte e la più compatta passata da Bergamo negli ultimi anni. Per di più in una serata di grazia, perfetta, in cui è riuscita praticamente ogni giocata. Una squadra che, è giusto sottolineare, nell’ultimo anno ha fatto un glow up devastante, anche e soprattutto grazie al lavoro di Vincent Kompany. Un allenatore destinato a diventare uno di quelli che lasciano il segno nella storia del calcio. Un uomo, prima ancora che un tecnico, con valori sani - non a caso, ricordiamo, bandiera del City dal 2008 al 2019.
E di allenatori parlando, ovviamente una critica a mister Raffaele Palladino la si può fare. E forse la si deve fare.
È vero: è sbagliato snaturare il Dna di una squadra da un momento all’altro, ma è altresì sbagliato essere spregiudicati contro squadre così forti tecnicamente. Magari non sarebbe cambiato nulla, questo è vero. E col senno di poi è sempre facile parlare. Ma i cinque gol su sei subiti in ripartenza fanno capire quanto sia stata esagerata la scelta di andare sempre nell’1 vs 1 a tutto campo. Poi sì, va anche ricordato che la Dea ha preparato la partita praticamente in due giorni (per colpa di un calendario di Coppa Italia che forse andrebbe rivisto), mentre il Bayern ha avuto una settimana. E che quindi, a maggior ragione, si poteva evitare di stravolgere un modulo che fino ad oggi aveva funzionato, soprattutto in Europa. Ma ormai quel che è fatto, è fatto.
Detto questo, nonostante il pesantissimo 1-6, l’Atalanta si porta comunque a casa una lezione. Perché la Champions lascia sempre qualcosa. Anche nelle notti più difficili. Anche nelle serate più storte - o più tristi, come l’ha definita Pasalic, autore del gol bandiera nel finale.
E poi restano gli applausi. Applausi a questo Bayern, tra le grandi candidate alla vittoria finale e senza dubbio fra le tre squadre più forti del mondo. E applausi anche e soprattutto alla curva e allo stadio, che hanno regalato una cornice fantastica e hanno ricordato a tutto il mondo il legame viscerale che esiste tra Bergamo e questa squadra, nel bene e nel male. Un orgoglio raccontarlo.
Autore: Nicholas Reitano / Twitter: @NicoReitano
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