La vittoria contro la Roma è stata pesantissima per l’Atalanta di Raffaele Palladino. Tre punti fondamentali per restare agganciati al gruppo europeo, ottenuti con rabbia, determinazione e soprattutto con uno spirito di squadra che da tempo non si vedeva con questa continuità. Un’Atalanta capace di attaccare in modo corale e di difendere allo stesso modo. In altre parole, si è rivisto quello spirito che per anni è stato il marchio di fabbrica dell’Atalanta targata Gian Piero Gasperini, oggi seduto proprio sulla panchina giallorossa.
Ma questa vittoria, già prima del fischio finale, raccontava anche una verità scomoda. Una verità che non è nuova per chi analizza il calcio e le scelte tecniche con un minimo di lucidità, ma che spesso viene ignorata o raccontata solo a metà. Stiamo parlando del flop del mercato, o meglio, dei mercati più recenti. Perché in una partita delicata come quella contro la Roma, con assenze praticamente in ogni reparto, mister Palladino ha fatto una scelta precisa e tutt’altro che casuale: affidarsi all’usato garantito. Basta infatti guardare l’undici titolare per rendersene conto, in cui l’unico giocatore arrivato dal mercato nelle ultime due stagioni a partire dall’inizio è stato Nicola Zalewski.
E proprio lo stesso Zalewski è anche il simbolo di una scelta che pesa come un macigno su alcune operazioni di mercato. Sì, perché l’esterno polacco è stato adattato da trequartista, una decisione che ha di fatto spedito in panchina tre giocatori che, almeno sulla carta, nascono per occupare quella zona di campo: Kamaldeen Sulemana, Lazar Samardzic e Daniel Maldini. Di questi tre, solo Maldini ha visto il campo, ma solo negli ultimi minuti. Eppure Palladino avrebbe avuto anche un’altra carta da giocarsi: la doppia punta. Nikola Krstovic poteva essere infatti inserito dall’inizio o al posto di Zalewski o di Bernasconi (con il conseguente slittamento del polacco sull’esterno). Una soluzione possibile, ma mai realmente presa in considerazione.
Scelte che, numeri alla mano, non stanno ripagando l’investimento. E parliamo di cifre importanti (sopra i 100 milioni), soprattutto per una società che storicamente non è abituata a spendere così tanto. Alla fine, oltre a Maldini e Krstovic nel finale, gli altri nuovi acquisti a mettere piede in campo sono stati Honest Ahanor e Yunus Musah. Il primo (l’unico acquisto, a oggi, azzeccato del mercato estivo) è entrato intorno alla mezz’ora, ma si è trattato di una scelta obbligata dopo l’infortunio di Kolasinac. Musah, invece, è entrato al posto di Zalewski sulla trequarti (prima di Maldini), una sostituzione che ha finito per rimarcare la bocciatura dei trequartisti già citati. Senza dimenticare Marco Brescianini, anche lui rimasto a guardare (per l’ottava volta su dieci dall’arrivo di Palladino).
Insomma, tutto questo apre riflessioni inevitabili sull’operato della direzione sportiva. Riflessioni che non possono restare astratte o generiche, ma che portano - in particolare - a un nome e a un cognome: Tony D’Amico. Perché le scelte di mercato (a partire da quelle dell’inverno della scorsa stagione), così come quelle legate alla panchina, portano la sua firma. E oggi, il rendimento di molti investimenti recenti impone una valutazione seria, lucida e senza sconti su come è stata costruita questa Atalanta.
Autore: Nicholas Reitano / Twitter: @NicoReitano
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