La sconfitta di Cagliari, per l’Atalanta, è stata la certificazione di una stagione fallimentare. Alla Unipol Domus è infatti caduta l’ultima illusione europea della Dea: la Champions League, tornata a sembrare possibile durante la lunga rimonta d’inverno, è svanita definitivamente; l’Europa League oggi è ormai più di un miraggio e perfino la Conference resta appesa a un risultato altrui (la finale di Coppa Italia).
Sarebbe però intellettualmente disonesto trasformare Raffaele Palladino nel capro espiatorio perfetto. Sì, perché il tecnico campano ha ereditato una squadra tredicesima (e svuotata mentalmente dopo il naufragio della parentesi Juric) e l’ha riportata in piedi fino al settimo posto, agli ottavi di Champions e alla semifinale di Coppa Italia. Non abbastanza per salvare la stagione, ma sufficiente per chiarire dove si concentrano le responsabilità maggiori di un’annata profondamente deludente. E quelle responsabilità, a nostro modo di vedere, chiamano inevitabilmente in causa l’operato del direttore sportivo Tony D’Amico.
Il problema, del resto, non nasce in questa stagione. Già la scorsa, infatti, quando l’Atalanta di Gian Piero Gasperini aveva “osato” affacciarsi persino sulla corsa scudetto, il mercato di gennaio fu di una prudenza quasi incomprensibile. Gasp, ricordiamo, aveva bisogno di profondità, di alternative, di uno o due innesti capaci di sostenere una rincorsa storica. Ma non arrivò nulla che potesse realmente alterare gli equilibri.
Quest’anno la situazione è persino peggiorata: non perché la rosa sia scarsa - sarebbe falso dirlo - ma perché in più reparti è stata costruita senza una reale coerenza con il calcio che per anni ha reso Bergamo un modello in Italia e in Europa. Giusto per fare due esempi, non è stato pianificato per tempo il possibile dopo Ederson e, davanti, dopo l’uscita di Ademola Lookman, manca quel profilo capace di saltare l’uomo nell’uno contro uno che per anni è stato uno dei marchi di fabbrica della Dea di Gasp. Senza dimenticare, poi, la scelta di Ivan Juric: un errore di valutazione costato carissimo.
E come se tutto questo non bastasse, ci sono anche i numeri. Nel solo ultimo biennio, l’Atalanta ha speso oltre 80 milioni di euro (fonte Transfermarkt) in operazioni che, ad oggi, hanno restituito zero o troppo poco: Ben Godfrey circa 10 milioni, Daniel Maldini 13, Ibrahim Sulemana 7, Marco Brescianini 10, Kamaldeen Sulemana 17, Yunus Musah 5 (solo per il prestito) e Giacomo Raspadori 22. A questi vanno aggiunti i circa 40-45 milioni investiti tra Odilon Kossounou e Lazar Samardzic, due operazioni che hanno reso molto meno delle aspettative. Totale: oltre 120 milioni complessivi. Una cifra enorme, soprattutto se rapportata al rendimento offerto da molti di questi innesti.
Perciò il discorso diventa inevitabilmente politico, oltre che tecnico. Ora la famiglia Percassi, insieme alla parte americana guidata da Steve Pagliuca, è chiamata a prendere decisioni strutturali sul futuro dell’Atalanta. E, secondo noi, una di queste dovrebbe portare a una riflessione profonda sul ritorno in nerazzurro - da direttore sportivo e non da direttore tecnico - di Giovanni Sartori (anche perché il ciclo vincente del Bologna sembra ormai avviarsi verso il tramonto).
Sia chiaro: non per indulgere alla nostalgia, sentimento spesso sterile nel calcio, ma per una ragione molto più concreta. Sartori è stato il grande architetto della miglior Atalanta della storia moderna. Aveva - e continua ad avere - un dono rarissimo: riconoscere non soltanto il talento, ma soprattutto la sua compatibilità con un sistema tecnico preciso. In altre parole, vedere prima degli altri non solo il calciatore, ma il contesto ideale in cui quel calciatore può esplodere.
Perché il punto, per concludere, non è una stagione senza Europa, eventualità che può capitare anche ai club più blasonati (ne sono un esempio il Napoli e il Milan negli ultimi due anni). Il punto è evitare che l’Atalanta smarrisca progressivamente lo status conquistato in questi anni e torni stabilmente a navigare in una dimensione che sembrava ormai superata. I cicli finiscono, certo. Ma i dirigenti lungimiranti hanno il dovere di accorgersene prima che sia troppo tardi. E oggi, per la famiglia Percassi e Steve Pagliuca, è arrivato il momento delle scelte forti: difendere ciò che è stato costruito o assistere passivamente al suo ridimensionamento.
Autore: Nicholas Reitano / Twitter: @NicoReitano
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