Nel corso della conferenza stampa alla vigilia di Ajax-Atalanta, a Maurizio Sarri è stato chiesto se il calcio basato sul possesso palla, fulcro della sua visione e della sua filosofia, possa ancora rivelarsi efficace e vincente contro un calcio che sembra andare nella direzione di una maggiore verticalità. Il tecnico toscano ha risposto "difendendo" la propria idea di gioco e portando l'esempio del Paris Saint-Germain di Luis Enrique: "L'ultima squadra a vincere la Champions League è stata il Psg, che è più una squadra di possesso palla che di gioco diretto". Ma siamo sicuri che l'esempio sia calzante?

LA FORZA DEL PSG - Il Psg è una squadra che fa tanto possesso palla? Sì, lo dicono i dati. Nella scorsa edizione della Champions League è stata la squadra con la percentuale di possesso palla più alta, con una media del 61%. Ma il possesso è ciò che rende così forte il Psg? È la sua arma più pericolosa? Decisamente no. Innanzitutto, bisogna entrare nell'ottica che non sempre avere il pallone significa fare la partita. Prendiamo come esempio la finale contro l'Arsenal. La squadra di Luis Enrique ha chiuso il primo tempo con il 77% di possesso palla, ma al 65', prima del calcio di rigore che è valso il pareggio, l'unico tiro in porta effettuato era stato una punizione di Hakimi dai 35 metri. Questo è stato il frutto del piano gara di Arteta, che ha limitato e annullato la pericolosità offensiva dei parigini. In questo senso, seppur senza palla, si può dire che a fare la partita fosse proprio l'Arsenal.

Se pensiamo a ciò che ha permesso al Paris Saint-Germain di conquistare, con ampio merito, per due volte consecutive la Champions League, non pensiamo al possesso palla come faremmo, ad esempio, con il Barcellona di Guardiola. Piuttosto, penseremmo alle tante individualità presenti in rosa, dominanti tecnicamente e soprattutto fisicamente nei duelli. Poi passeremmo all'intensità, alla pressione e agli "strappi" degli attaccanti.

Per capire come questi aspetti abbiano trasformato il Paris Saint-Germain nella squadra di oggi, basta ricordare l'immagine diventata virale di Ousmane Dembélé al limite dell'area di rigore, con lo sguardo fisso sul pallone, famelico, in attesa che il portiere avversario riprendesse il gioco per andare a pressare la prima giocata. Rimanendo in ambito social e viralità, rispetto all'idea di calcio che Luis Enrique ha voluto portare a Parigi, tutti abbiamo visto il video in cui l'allenatore si rivolge a Kylian Mbappé, all'epoca ancora al Psg, dandogli indicazioni tattiche in vista della sfida contro il Barcellona. Queste erano state le sue parole: "Presserai sia Cubarsí che Ter Stegen. Passerai la partita a pressare Cubarsí affinché non avanzi e Ter Stegen per far sì che giochi veloce. E poi tornerai veloce. E sai perché? Per essere un leader come giocatore e come persona. Se tu vai in pressione, e lo stesso fanno Dembélé, Kolo Muani, Barcola, Gonçalo Ramos e Asensio, diventiamo una 'macchina'". In questo breve discorso rivolto a un giocatore come Mbappé si racchiude verosimilmente il segreto del successo europeo del Paris Saint-Germain.

I "PICCOLI" A CENTROCAMPO - A sostegno della tesi secondo cui il Psg sarebbe una squadra prevalentemente di possesso, Maurizio Sarri ha citato le caratteristiche fisiche dei centrocampisti parigini: "Considerando anche le caratteristiche dei suoi centrocampisti, poco fisici, è una squadra di grande palleggio". È vero, si tratta di centrocampisti tecnici e abili nel palleggio, ma Vitinha e João Neves condividono anche il terzo posto nella classifica dei centrocampisti che hanno intercettato più palloni nella Champions League 2025/26, con 19 intercetti a testa. Inoltre, Vitinha è il leader assoluto tra i centrocampisti per possessi riconquistati (80). Dati che rimandano in maniera inequivocabile alla straordinaria abilità del Psg nelle fasi di pressione, riaggressione e riconquista del pallone.

L'ATTACCO DEI FUORICLASSE - Quando il tuo tridente offensivo è composto da Kvaratskhelia, Dembélé e Doué, e come alternative hai Barcola e Gonçalo Ramos, il potenziale offensivo è notevole. La loro sola presenza in campo costringe gli avversari ad adattarsi. Le notevoli qualità tecniche, l'abilità nel dribbling e nei duelli individuali, la velocità e la capacità di strappare in campo aperto obbligano infatti chi difende a evitare situazioni di uno contro uno e a non concedere spazio alle spalle della linea difensiva.

SARRI HA RAGIONE - Maurizio Sarri ha chiuso con una frase che sintetizza tutte le discussioni e i ragionamenti sulle tante dicotomie del calcio di oggi: "Penso che nel calcio possa funzionare tutto, purché venga fatto bene. Se mi chiedi la mia preferenza personale, preferisco una squadra che punti sul possesso palla". Nel calcio non c'è una formula magica, né una legge scritta. Si può giocare con la difesa a cinque o a quattro, con gli esterni o con le due punte, con le mezzali o con il trequartista. Si può fare tutto: non c'è un modo giusto o sbagliato in assoluto. C'è quello che funziona e quello che non funziona. Ci sono i risultati e c'è il campo, quello che non mente mai.

Sezione: Editoriale / Data: Gio 22 ottobre 2026 alle 15:04
Autore: Nicolò Colnago / Twitter: @nicolocolnago
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