A volte il destino cambia direzione prima del previsto. È successo a Niccolò Ghisleni, classe 2001 cresciuto nel vivaio dell’Atalanta, uno di quei ragazzi che hanno fatto tutto il percorso a Zingonia sognando la Serie A. Poi, però, sono arrivati gli infortuni, quelli che ti tolgono più del tempo: ti tolgono la continuità, la leggerezza, la fiducia. Così, purtroppo, dopo alcuni prestiti, dal 2021, la sua carriera si è progressivamente fermata.
Oggi, a 24 anni, Niccolò ha voltato pagina per davvero. Lo scorso febbraio ha infatti scelto di prendersi una pausa (forse definitiva) dal calcio, chiudendo un capitolo che aveva cominciato da bambino. Ma la parola “fine” non è nel suo vocabolario: la musica, che lo accompagna da sempre, è diventata la sua nuova strada. E con “Serio”, il suo primo singolo (clicca qui per ascoltarlo), Ghisleni - in arte "Nyo." - racconta se stesso con la stessa autenticità con cui ha vissuto ogni allenamento, ogni sogno, ogni giorno a Zingonia. Per l’occasione lo abbiamo intervistato.
Quando hai capito che correre dietro a un pallone non bastava più per sentirti felice?
“Negli ultimi anni ho capito che il calcio non mi restituiva più le stesse emozioni di prima. Avevo ancora problemi alle ginocchia e altri pensieri, così lo scorso febbraio ho deciso di fermarmi. Avevo avuto anche qualche possibilità - in Promozione, Eccellenza, perfino un contatto con la Kings League - ma sentivo di aver bisogno di staccare. Non escludo nulla per il futuro, ma avevo bisogno di una pausa vera”.
E in questa pausa la musica è diventata protagonista. Quando è iniziato tutto?
“In realtà la musica non è arrivata dopo il calcio: c’è sempre stata. Nella mia famiglia si è sempre respirata arte. Mia nonna cantava, mio nonno suonava la batteria, mia zia insegnava danza. Da piccolo scrivevo già qualche pezzo, anche solo per gioco. Persino all’Atalanta, nel settore giovanile, condividevamo la passione per la musica: in trasferta ci mettevamo a scrivere o registrare qualcosa insieme. Durante la Primavera avevo un brano pronto, ma decisi di non pubblicarlo per concentrarmi sulla carriera calcistica. Poi, negli anni, ho riscoperto la musica come un modo per stare bene. Ed è ripartito tutto da lì”.
Però il calcio resta dentro, no?
“Assolutamente sì. Il calcio per me è casa. Oggi sono più immerso in quel mondo che in quello della musica, anche se scrivo e ascolto molto. L’Atalanta mi ha insegnato tanto più che a giocare: mi ha fatto crescere come persona. È stata la mia università del calcio, ma anche della vita”.
Se dovessi scegliere un ricordo, uno solo, di tutti gli anni a Zingonia?
“È difficile, ne ho troppi. Ho iniziato a 7 anni e sono rimasto fino ai 19-20. Noi 2001 eravamo un blocco di una decina di ragazzi cresciuti insieme dai Pulcini alla Primavera, una cosa rarissima. E abbiamo pure vinto. Ogni stagione a Zingonia ha lasciato qualcosa”.
Ti sei allenato anche con Gasperini in prima squadra. Che impressione ti ha fatto vederlo da vicino?
“La prima volta è stata indimenticabile. Non ho mai avuto modo di parlarci in privato, ma già solo entrare nel cerchio della squadra e respirare quell’intensità è stato incredibile. La sua professionalità, la cura nei dettagli, la voglia di migliorare ogni giorno: si capiva perché l’Atalanta fosse arrivata a quei livelli. Mi ricordo che nel mio primo allenamento ero l’unico aggregato: tenevo bene il ritmo, ma sentivo la differenza fisica e mentale rispetto a chi giocava in Serie A. È un altro pianeta”.
È più difficile allenarsi con Gasp o scrivere una canzone da zero?
“(Ride, ndr) Allenarsi davanti a Gasperini è un onore, ma scrivere una canzone è qualcosa di più intimo. Quando giochi, vivi di adrenalina. Quando scrivi, ti metti a nudo: racconti cose che magari non riusciresti a dire a voce. Sono due emozioni forti, ma in modo diverso”.
Parliamo del tuo singolo “Serio”. Che tipo di Niccolò racconti in questo brano?
“Serio nasce da un’idea diversa, più rap, più cruda. Poi ho cambiato direzione: un beat più funky, chitarra, basso, ma con l’anima del rap. Dentro c’è la mia ricerca personale, la voglia di guardarmi dentro invece di dare la colpa al mondo. È un brano introspettivo, ma anche leggero nel modo di dirlo”.
Quando dici “serio solamente quando mi presento”, sembra di sentire il ragazzo che entra per la prima volta nello spogliatoio della prima squadra. Ti ci rivedi?
“In parte sì. Quando ti presenti, devi essere serio, far vedere sicurezza. Ma il senso è più profondo: essere “seri” significa essere giusti con se stessi. Avere il coraggio di mostrarsi davvero, senza prendersi troppo sul serio. È il mio modo di interpretarlo”.
Ti piacerebbe un giorno sentire la tua canzone allo stadio, come è successo con la giovanissima Dea Culpa?
“Sarebbe un sogno. Mi piace l’idea di unire calcio e musica, due mondi che parlano lo stesso linguaggio. E per me, che sono cresciuto lì dentro, avrebbe un valore ancora più forte. Sarebbe davvero come chiudere un cerchio”.
Hai già in mente un album o preferisci andare passo dopo passo?
“Ho tanto materiale e diversi progetti in corso. Non scrivo ogni giorno: preferisco seguire l’ispirazione. Voglio che ogni pezzo nasca in modo genuino. Se le cose andranno come spero, un album arriverà sicuramente, ma con i tempi giusti”.
Quindi “Serio” è solo l’inizio?
“Sì, ma non è un punto di partenza, piuttosto un modo per rimettermi in cammino. È la mia storia in forma di canzone. Il calcio mi ha insegnato che puoi fermarti, ma non smetti mai davvero di giocare: cambi solo campo”.
Autore: Nicholas Reitano / Twitter: @NicoReitano
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