È una di quelle partite che non ti fanno stropicciare gli occhi, ma che alla fine pesano. E tanto. L’Atalanta vince a San Siro, batte il Milan e si tiene stretto il suo posto in zona Champions League. Non lo fa con una prestazione da poster, non lo fa con la miglior versione di sé. Ma lo fa da squadra vera.
In una stagione in cui si è alternata tra momenti brillanti e altri più confusi, tra qualche rammarico (vedi Supercoppa) e tante partite in cui ha lasciato punti per strada, stavolta la Dea ha dato l’impressione di esserci. Mentalmente, prima di tutto. Non è che il Milan abbia fatto chissà quale assedio. Qualche occasione, certo. Qualche buona trama. Ma poca cattiveria, zero continuità. L’Atalanta, invece, è stata sul pezzo dall’inizio alla fine.
Non ha dominato, non ha incantato, ma ha capito quando colpire. E ha colpito. Gol di Ederson nel momento giusto, nel momento in cui sembrava che i rossoneri potessero prendersi la partita. Poi difesa, equilibrio, mestiere. E sì, anche un po’ di furbizia. È il segno che qualcosa è cambiato. Perché questa non è più la squadra brillante ma incostante di qualche anno fa. Non gioca più per fare quattro gol. Gioca per vincere. A volte convince, a volte meno. Ma c’è. Sta lì. Regge, aspetta, poi riparte. È meno bella, ma più concreta. E soprattutto: è più squadra.
E allora sì, anche Gasperini merita un plauso. L’abbiamo criticato per certe uscite fuori luogo, per rotazioni incomprensibili, per atteggiamenti a tratti stantii. Ma questa Atalanta più ruvida e meno spettacolare porta anche la sua firma. Ha messo da parte l’estetica quando serviva e si è costruito un gruppo che sta in campo con ordine, che sa leggere le partite, che non si squaglia al primo imprevisto.
Non sarà l’Atalanta che ti fa innamorare a ogni azione. Ma è un’Atalanta che vince partite toste, in stadi pesanti, contro avversari più ricchi. E oggi, questo basta per dire che la Dea è ancora lì. Ed è tutto fuorché un caso.
Autore: Nicholas Reitano / Twitter: @NicoReitano
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