Lo striscione esposto dalla Curva Nord sabato sera in occasione di Atalanta-Cagliari ha idealmente chiuso un cerchio. Il cuore del tifo nerazzurro, infatti, non si era ancora espresso sull’addio di Marten De Roon. Lo ha fatto in maniera asciutta, ma oltremodo chiara. “Hai scelto di passare nella nostra storia, ma non di appartenerle… addio bandierina”, hanno scritto gli ultras nerazzurri, accendendo di nuovo il dibattito.

LO DIRÀ IL TEMPO, MA… - Prima di entrare nel cuore della questione, però, è bene sottolineare una cosa. Come sempre di fronte a una delusione, servirà tempo. Il legame è stato forte, l’addio burrascoso, improvviso e inatteso. Soltanto tra un po’, con il giusto distacco, il mondo nerazzurro potrà leggere con maggiore serenità quanto accaduto e fare così le sue valutazioni. Detto questo, secondo noi, la Nord ha ragione.

LE RAGIONI DELL’ADDIO - Sui motivi della scelta di De Roon non ci sono mai stati dubbi. Il centrocampista olandese ha deciso di continuare a essere un calciatore, prima di tutto. Prima anche dell’essere una bandiera, del suo legame con la Dea e con Bergamo e delle parole d’amore pronunciate negli anni. Con Sarri si è subito sentito ai margini, fuori dal nuovo progetto tecnico. Tre gare ufficiali, zero presenze e un “mal di pancia” che l’ha spinto a cercare altro. Un’allergia alla panchina che già si era palesata sotto la breve gestione di Juric e che è tornata in maniera prepotente col tecnico toscano.

NON È IL GESTO, MA IL MODO - Una scelta, quella di Marten, più che legittima. E che, su questo non ci sono dubbi, in molti a Bergamo avrebbero capito, se fosse stata gestita diversamente. Basti vedere quanto accaduto con Berat Djimsiti, altra bandiera nerazzurra e tra i simboli degli anni d’oro sotto la gestione di Gian Piero Gasperini. Molti avrebbero voluto vederlo chiudere la carriera a Bergamo. Tutti hanno compreso le regioni del suo trasferimento in Qatar. A deludere invece, nel caso di De Roon, sono stati i modi e, inutile nasconderlo, la destinazione.

MA QUALE INGRATITUDINE - Ecco perché, allora, è sbagliato parlare di ingratitudine nei confronti dell’ex capitano, come da più parti si è letto. È innegabile che De Roon abbia dato tantissimo all’Atalanta, ma è altrettanto vero il contrario. Il club ha contribuito a renderlo un grande calciatore e lo ha riaccolto dopo l'esperienza in Premier. La città lo ha fatto sentire a casa, come lui stesso ha sempre ribadito. Legittimo, di conseguenza, che molti tifosi si aspettassero qualcosa di differente da chi è, tra le varie cose, cittadino onorario e recordman di tutti i tempi di presenze con la maglia nerazzurra.

QUALCOSA DI PIÙ - Qualcosa di più, per essere chiari, di una trattativa chiusa in poche ore, nella notte, e di un furtivo addio all’alba. Di una lettera di saluto recitata a favor di telecamera. Qualcosa di più della scelta di firmare con la squadra di una tifoseria rivale. Rivalità che, peraltro, lui stesso aveva usato per divertirsi sui social. Qualcosa di più di un’esultanza sfrenata alla prima gara da ex. “È un professionista, cosa avrebbe dovuto fare?”, dirà legittimamente qualcuno. Quello che ha fatto, se lo reputava giusto, rispondiamo noi. A Bergamo, però, in molti si erano illusi che Martino potesse essere qualcosa di più di un ottimo professionista.

Sezione: Primo piano / Data: Lun 14 settembre 2026 alle 16:59
Autore: Gianluca Pirovano
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