Il capitano dell’Atalanta Marten de Roon si è raccontato in esclusiva a Sportweek, inserto settimanale de La Gazzetta dello Sport, ripercorrendo il suo legame con Bergamo, il rapporto con i tifosi, il significato della fascia da capitano e alcune riflessioni sul sul proprio futuro e sul momento del calcio italiano. Parole che arrivano al termine di una stagione speciale per l’olandese, diventato il giocatore con più presenze ufficiali nella storia nerazzurra: dopo aver superato Gianpaolo Bellini contro il Verona, nella trasferta di Firenze ha raggiunto quota 445 partite, dieci in più rispetto alle 435 dell’ex capitano atalantino. Ecco, di seguito, alcuni dei passaggi più interessanti dell’intervista.
Raccontaci il giorno del tuo arrivo a Bergamo...
“Arrivando dall’autostrada, la prima cosa che noti sono le mura di Città Alta. È qualcosa che ti prende subito ed è proprio quello che, secondo me, rappresenta meglio Bergamo. La città bassa ha un’architettura molto moderna, non è così diversa rispetto a un centro olandese, però quando inizia salire ti si apre un altro mondo. La prima volta rimasi senza parole davanti a questa meraviglia”.
Conoscevi già la città?
“Proprio no. L’avevo cercata su Google. E neanche ero mai stato in Italia. Arrivai che c’era un bel sole caldo. Pensai: sembra di essere in vacanza. E ancora adesso, con mia moglie, ci diciamo che stare qui è come una vacanza. Siamo cresciuti in Olanda, con un clima e un cibo diversi, qui ci piace andare a prendere le bimbe a scuola e mangiare un gelato seduti su una panchina di Città Alta”.
Come sono i bergamaschi?
“I bergamaschi sono grandi lavoratori. Sto rifacendo il giardino di casa mia: i giardinieri arrivano alle sette e mezza precise del mattino e non staccano fino alle diciotto, in mezzo giusto mezz’ora di pausa. Qui la gente ha la mentalità di quelli che non mollano mai, il mola mia che è un po’ il loro motto. Ai tifosi, più ancora delle vittorie, importa vedere la maglia sudata. E non è vero che i bergamaschi sono freddi: all’inizio ti prendono le misure, ma poi ti danno il cuore”.
Come li hai conquistati?
“Con la semplicità, così vicina alla loro mentalità pratica. Io mi sento una persona normale, ogni tanto quasi mi sembra di non essere un calciatore. C’è troppa distanza tra i giocatori e i tifosi, e possiamo accorciarla. Alla fine, siamo tutti uguali. Forse io ho un pochino più di talento nel giocare calcio, ma certamente un bergamasco ha più talento di me nel mettere le piastrelle”.
L’immagine più forte della festa per il record di presenze con l’Atalanta, stabilito nella partita contro il Verona?
“La scenografia che mi preparò la Curva Sud: campeggiava la mia immagine e sotto un lenzuolo con su scritto: Prima uomini, poi campioni. Quando l’ho visto mi son salite le lacrime, poi mi sono detto: devi giocare, asciugale”.
Pensavi di diventare capitano?
“Ho giocato quasi sempre. Quando ancora il capitano era Toloi, se mancava lui la fascia toccava a me. Mi sono sempre sentito uno dei leader, quindi l’investitura è stata una cosa naturale”.
E in che modo interpreti il ruolo?
“Non sono uno che mena o parla tanto. Anche quando rimprovero un compagno, lo faccio cercando di essere positivo: ‘Tu non devi sbagliare perché sei forte e puoi fare molto meglio di così’. Per il resto, cerco di dare l’esempio nel lavoro quotidiano. Gasperini ci ha insegnato che, se lavori ogni giorno al massimo, hai tanto margine di crescita”.
E su Palladino? Cosa ne pensi?
“È bravissimo. Ha portato tanto entusiasmo dopo un periodo difficile. È molto giovane, lui e il suo staff, ci insegna cose diverse rispetto a prima. Comunica tantissimo, si confronta con noi calciatori sulla tattica, prepara benissimo le partite perché sa tutto delle altre squadre”.
E il tuo futuro?
“Sto accarezzando l’idea di diventare allenatore. Ne ho parlato con Gasperini e Palladino, leggo libri di coaching... Mi stuzzica aiutare i giovani a crescere, ma anche di gestire una squadra”.
Secondo te, come si risolleva il calcio italiano?
“I talenti hanno poche opportunità. Quando sono arrivato avevo 24 anni e per voi ero giovane; in Olanda a quell’età sei vecchio, in Eredivisie sei in campo a 18. Bisogna dare ai ragazzi l’opportunità di giocare, anche a rischio di perdere la partita. Almeno fino ai 14-15 anni, non bisogna insegnare tattica di squadra e pensare al risultato. I nostri Malen e Noa Lang giocano senza paura. Nelle due partite di playoff per il Mondiale, i giocatori della vostra Nazionale sembrava che invece avessero paura di puntare l’uomo. Il migliore è stato Palestra, perché non aveva niente da perdere. Infine: Baggio, Maldini, Del Piero, non possono stare fuori dal calcio. Devono poter incidere con le loro idee”.
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