All'orizzonte c'è un traguardo storico per Marten De Roon. Il capitano dell'Atalanta, infatti, a quota 433 gare giocate con la maglia della Dea, a sole due presenze da Gianpaolo Bellini, giocatore più presente della storia in nerazzurro tra tutte le competizioni. Per il centrocampista olandese, quindi, tra Inter, Bayern ed Hellas potrebbe arrivare un ulteriore passo dentro la storia dell'Atalanta, di cui fa già parte. E proprio De Roon ha concesso una lunga intervista a CBS Golazo, nel programma Kickin’It, toccando diversi temi, tra passato presente e futuro.
Sul record di presenze con l’Atalanta
"L’altro giorno ho visto Gianpaolo Bellini, detentore attuale del record di presenze, e stavo scherzando con lui. Gli ho detto: Quando ti vedo non voglio prenderti il record, perché sei una leggenda di Bergamo. Hai giocato qui tutta la tua vita. Sei una bandiera. E lui mi ha detto: 'Sì, ma se qualcuno deve togliermelo, spero che sia tu'. Questo mi rende incredibilmente orgoglioso perché dice qualcosa su quanto tempo sono qui, sul legame che ho con la squadra, con la città, con tutta la provincia".
L’Europa League e lo striscione dei tifosi
"La sera eravamo fuori a cena io e mia moglie. Tornando a casa pioveva tantissimo, quasi una tempesta. Siamo passati davanti e mia moglie mi ha detto: guarda a sinistra. E ho visto lo striscione. C’era scritto che, nonostante non potessi partecipare alla finale, avevo già vinto il mio trofeo. Mi ha emozionato molto. Sapere che la partita più importante della mia carriera e della storia dell’Atalanta l’avrei vissuta senza giocare è stato pesante. L’affetto che ho ricevuto con quello striscione e con tutti i messaggi di quella settimana è qualcosa che porto dentro di me".
Il concetto di bandiera
"Prima era un po’ più naturale. Totti è un'icona che ovunque vada indossa la Roma. In ogni parte del mondo. Io adesso cerco di indossare l’Atalanta ovunque vada. Quindi se vado in Olanda, se vado all’estero, cerco almeno di portare anche un po' di Atalanta con me. È bello vedere che un piccolo club diventa grande in tanti modi, perché vieni riconosciuto: 'Ah, quello è il giocatore dell’Atalanta'. Penso che dieci anni fa nessuno lo avrebbe immaginato. Quando sono arrivato qui giocavamo per restare in Serie A. Ricordo che era una gioia incredibile quando a due o tre partite dalla fine sapevamo che ci saremmo salvati, era un enorme sollievo, festeggiavano tutti. Ora siamo dall’altra parte. Piano piano stiamo diventando parte dei grandi nomi italiani che stanno sempre in Champions League".
Il legame con Bergamo e la mentalità bergamasca del lavoro
"Dal momento in cui sono arrivato qui ho sentito la passione degli italiani. Noi olandesi siamo un po’ più diretti, più per conto nostro. Ma qui c’è passione, emozione, tutti vogliono essere parte di qualcosa. Fin dal primo momento mi hanno detto: adesso fai parte della famiglia Atalanta, non importa se giochi zero minuti, se indossi questa maglia fai parte della famiglia. E questo per me è stato davvero speciale. I bergamaschi sono famosi in tutta Italia perché lavorano tanto, dalle otto di mattina alle sette di sera, senza fermarsi mai. 'La maglia sudata sempre' è ovviamente la frase che ci portiamo sulle maglie anche per questo. Gasperini ha dato un significato a questo grande lavoro: all’inizio era durissimo, poi piano piano ti abitui. Dopo tre mesi pensi: siamo al 70 minuto e questi ragazzi sono stanchi… e io ho la sensazione che potrei giocare altri 70 minuti".
Il talento in Italia
"Io penso che il talento ci sia. Solo che molti talenti non hanno davvero la possibilità di dimostrare quello che possono fare. Un esempio adesso è Esposito, che sta facendo molto bene. E penso che dovrebbe essere un esempio per altre squadre. Non significa che debba giocare 50 partite e fare 50 grandi partite, ma dagli 20 partite, dagli 30 partite, dagli l’opportunità di entrare e dimostrare. Il problema è che dobbiamo competere con i campionati più grandi, quindi magari compriamo giocatori già più forti dei giovani talenti del momento. Bisogna trovare un equilibrio. Penso che in Italia allenatori e squadre dovrebbero avere un po’ più di coraggio e dire: questo è un grande talento, io lo metto in campo. Anche se perdi una partita in più, anche se serve tempo".
Sull'aver affrontato Messi
"È stato speciale affrontarlo. Lo guardi da fuori e pensi che certe cose siano possibili. Poi lo affronti e capisci che è diverso. Una volta ha controllato una palla difficilissima con l’intensità perfetta e in un metro era già dall’altra parte. Ho pensato: com’è possibile? Lui cammina per il campo e poi improvvisamente accelera e in quel momento è perfetto al 200%. Non sbaglia. Per me è il miglior giocatore che abbia mai visto".
Se non fosse diventato calciatore...
"Può sembrare strano, ma quando ero giovane ho frequentato il primo anno di università in Olanda. Mi piacevano molto economia e contabilità, quindi probabilmente avrei fatto il contabile. Mi è sempre piaciuto lavorare con i numeri e me la cavavo bene".
Il futuro dopo il calcio
"Sicuramente resteremo qui a Bergamo. I miei figli sono nati qui, abbiamo una casa, e non sentiamo di voler tornare in Olanda. Con l’età inizi a pensare a cosa farai dopo. Sto leggendo libri sul coaching, ho parlato con Gasperini e anche con Palladino. Palladino mi ha detto subito: è un lavoro 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Se vuoi più tempo con la famiglia, forse non è la scelta migliore. Vedremo tra due o tre anni quando smetterò di giocare".
Un giorno gestirai l’Atalanta?
"Magari. Dovrei sviluppare ancora alcune competenze, ma è un’idea che mi è già passata per la testa: amo il calcio e mi piace lavorare con i numeri, quindi potrebbe essere una combinazione perfetta".
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