Oltre 70mila persone uccise e più di 170mila feriti in meno di tre anni. Bambini e adulti, famiglie cancellate, una popolazione costretta a fare i conti con la fame, le macerie e la mancanza di cure. Gaza è la ferita più grande del nostro tempo e la questione israelo-palestinese continua a essere una delle chiavi attraverso cui leggere il mondo contemporaneo. Nei giorni scorsi, quando la Conference League ha messo l’Hapoel Tel Aviv sulla strada dell’Atalanta, abbiamo scelto di fare cronaca e raccontare l’abbinamento con la massima oggettività. Ma fare cronaca non significa ignorare quanto è accaduto e quanto continua ad accadere fuori dal campo e, davanti a una tragedia di queste proporzioni, non potevamo voltarci dall’altra parte.
Anche perché Pianetatalanta.it ha più volte sottolineato il proprio sostegno al popolo palestinese e non avrebbe alcun senso cambiare atteggiamento proprio adesso per “convenienza”. Il calcio, sia chiaro, resta uno sport e nessun giocatore può rispondere delle decisioni del proprio governo. Allo stesso modo, non intendiamo leggere questa vicenda attraverso le categorie italiane di destra e sinistra, che nulla hanno a che vedere con il nostro ragionamento: quando ne parleremo serviranno esclusivamente a comprendere la storia dell’Hapoel e le diverse anime della società israeliana. Qui il punto è prima di tutto umano, come dovrebbe esserlo davanti alle vittime di qualsiasi conflitto. Ed è anche per questo che la storia dell’Hapoel e della sua curva merita di essere raccontata: parliamo, infatti, di una delle poche realtà del calcio israeliano in cui il tifo organizzato ha costruito storicamente la propria identità lontano dal nazionalismo e quantomeno favorevole a una convivenza pacifica fra i due popoli, anche se con una riserva importante di cui parleremo più avanti.
LE RADICI DELLA CURVA - Entriamo quindi nella storia. L’Hapoel Tel Aviv nasce nel 1923 e, dopo alcune riorganizzazioni, trova un assetto stabile nel 1927 con la fusione con l’Allenby. Fin dalle origini è legato alla Histadrut, la grande organizzazione sindacale dei lavoratori: Hapoel, non a caso, significa proprio “il lavoratore”. Un’ideologia operaia e di sinistra che con il passare dei decenni è entrata anche nell’identità della curva, organizzata dal 1999 sotto il nome di “Ultras Hapoel”. Un gruppo conosciuto in Israele e fuori dai suoi confini per essere caldo e molto acceso, ma che sul piano politico ha seguito una strada particolare rispetto a buona parte del calcio del Paese. Negli anni sugli spalti sono infatti comparsi bandiere rosse, ritratti di Marx e Che Guevara, oltre a simboli antirazzisti. Nel derby del 2005 contro il Maccabi, la cui frangia più calda (i Maccabi Fanatics) è generalmente collocata all’estrema destra e su posizioni ultranazionaliste, apparve anche “Workers of the world, unite!”, il “Proletari di tutto il mondo, unitevi” del Manifesto comunista.
HAPOEL, NON ISRAELE - Uno degli episodi che racconta meglio questa distanza risale alla Coppa Uefa 2001/02, quando l’Hapoel eliminò, nell’ordine, Ararat Yerevan, Gaziantepspor, Chelsea, Lokomotiv Mosca e Parma. Nessuna squadra israeliana era mai arrivata così avanti nella competizione e quella corsa finì per coinvolgere anche molti compaesani che dell’Hapoel non erano mai stati tifosi. La stampa iniziò a raccontarlo come la squadra capace di rappresentare Israele in Europa e persino Matan Vilnai, allora ministro dello Sport nel governo guidato da Ariel Sharon, leader del Likud e figura della destra nazionalista, celebrò pubblicamente quelle vittorie, arrivando ad accogliere la squadra a Tel Aviv al ritorno dall’impresa di Parma. Ai quarti arrivò il Milan: l’andata, spostata a Nicosia per ragioni di sicurezza nel pieno della Seconda Intifada, terminò 1-0 per l’Hapoel; a San Siro i rossoneri vinsero 2-0 e passarono il turno. Alla curva, però, quell’identificazione non piacque. La risposta arrivò con “Representing Hapoel, not Israel” (“Rappresentiamo l’Hapoel, non Israele”), uno striscione diventato uno dei simboli degli ultras e comparso anche in diverse trasferte europee successive.
Questa posizione, di distanza dal nazionalismo israeliano, si è accompagnata negli anni anche a un rapporto particolare con la componente araba della società israeliana. La curva ha infatti costruito legami con quella del Bnei Sakhnin, club della Galilea espressione della minoranza palestinese d’Israele. Ci sono stati incontri e iniziative comuni contro il razzismo e, nel 2013, le due curve esposero insieme lo striscione “Ebrei e arabi rifiutano di essere nemici”, slogan utilizzato da anni anche nelle manifestazioni della sinistra israeliana.
IL NODO GAZA - Come anticipato, c’è però un aspetto che lascia delle perplessità e riguarda Gaza. Nonostante la propria storia, non risultano prese di posizione pubbliche nette della curva contro quanto è accaduto e continua ad accadere nella Striscia, né interventi paragonabili a quelli espressi in passato contro il razzismo e il nazionalismo. Un silenzio che inevitabilmente fa riflettere. Allo stesso tempo, però, c’è un episodio più recente che lascia aperto qualche interrogativo. Infatti, gli ultras dell’Hapoel sono gemellati da anni con quelli del St. Pauli. E lo scorso 14 settembre, durante la partita casalinga contro l’Augsburg, nella curva dei tedeschi comparve lo striscione “Netanyahu fascista! Basta uccidere civili in Palestina!”. Il messaggio era del tifo organizzato del St. Pauli e non possiamo attribuirlo all’Hapoel.
Ma due giorni dopo i Maccabi Fanatics risposero con “Fuck Hamas (organizzazione politica e armata palestinese, classificata come organizzazione terroristica dall’Unione europea, ndr). Fuck St. Pauli. Fuck Hapoel”. Ed è questo il passaggio interessante. Perché inserire anche l’Hapoel nella risposta a uno striscione esposto dal St. Pauli? Una possibilità è che gli ultras dell’Hapoel condividessero quella posizione e che i “cugini” del Maccabi lo sapessero. L’altra è molto più semplice: potrebbero non aver avuto nulla a che fare con quello striscione ed essere stati attaccati soltanto per il loro storico legame con la curva tedesca. Non è dato sapere quale delle due letture sia corretta.
UNA CURVA CAMBIATA - Detto tutto ciò, sarebbe sbagliato pensare che dal 1999 a oggi sia rimasto tutto immutato. Soprattutto dopo la tragedia del 7 ottobre 2023 (giorno dell’attacco di Hamas in Israele in cui furono uccise circa 1.200 persone e altre 251 vennero prese in ostaggio) sono emerse sensibilità differenti, anche più vicine al nazionalismo. Lo zoccolo duro mantiene però la propria identità storica, fondata sull’antirazzismo e sulla convivenza pacifica fra i due popoli. Resta, comunque, il grande punto interrogativo della mancanza di una presa di posizione pubblica netta sulle atrocità commesse a Gaza dal governo Netanyahu. Definire gli ultras dell’Hapoel pro-Palestina sarebbe quindi eccessivo, ma la loro peculiarità rispetto alla stragrande maggioranza del tifo organizzato israeliano esiste e merita di essere ricordata.
Autore: Nicholas Reitano / Twitter: @NicoReitano
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